Dalle elezioni siciliane un avviso ai naviganti della politica italiana


pubblicata da Franco Cimino il giorno Domenica 4 novembre 2012 alle ore 19.10 ·

In Sicilia non cambierà nulla. I numeri non dicono granché e spostano niente se guardati solo in direzione dell’Italia. Il gattopardismo, radicato nella cultura siciliana, renderà le cose meno drammatiche di quanto le percentuali non dicano. Anche nello stesso numero del 31% che, per la prima volta dopo tanti anni, assegna la guida della Regione ad un esponente non di alto profilo politico e privo di una maggioranza autonoma. Rosario Crocetta, candidato del centro-sinistra, riuscirà, pertanto, a formare un governo, trovando sostegno consiliare, e quindi alleanza organica, in quella costola del PdL  che, staccatasi dalla casa madre, ha impedito al partito di Berlusconi (con il suo consenso?) a ritornare alla guida della Regione. L’alleanza obbligata vedrà anche l’apporto condizionante del presidente uscente, Totò Lombardo, e della sua famiglia, che invece di uscire di scena, come normalmente dovrebbe accadere, manterrà salde le sue influenze a garanzia degli interessi e dei gruppi di potere economico che, insieme a quasi tutte le altre forze politiche, tutela e rappresenta. Il problema è se Crocetta potrà governare, ma anche questo è un problema vecchio, che ha riguardato anche i governi, come l’ultimo, usciti dal voto con una maggioranza “plebiscitaria”. Nonostante le primissime dichiarazioni del possibile neo-presidente si siano spinte su propositi di rinnovamento, è facile ipotizzare che la Sicilia resterà uguale a se stessa e che nessuna opposizione “grillata” potrà scalfire, almeno nel breve periodo, una cultura di potere trasversale e fortemente radicata nei comportamenti dei siciliani. In Sicilia non c’è un Monti e non c’è un montismo da confermare. Non c’è un Berlusconi, ma resiste un berlusconismo da esorcizzare. C’è una sinistra che vince, e per la prima volta, ma un Pd che elettoralmente perde. E una forza, come l’UDC, che, nonostante l’uscita di scena di Totò Cuffaro e l’abbandono dei Mannino e dei Romano, ottiene un incredibile 11%. E’ c’è anche un PdL che, pur potendosi sommare – come vorrebbe Alfano – a Miccichè e a FLI, che hanno oggi giocato nel campo avverso, registra una vera debacle rispetto al 33% delle precedenti elezioni regionali. Il risultato odierno, pertanto, trova interesse solo se guardato con gli occhi del Paese. Solo se riferito alle prospettive politiche legate alle imminenti elezioni generali. Proviamo a disarticolarlo dato per dato. Elemento per elemento, secondo il nostro grado d’interesse e la visuale più ampia e prospettica. Primo elemento: perde Alfano e a poco serve a mitigare questa sconfitta la dichiarazione, da lui stessa resa alla stampa a spoglio delle schede ancora in corso. Si candiderà alle primarie del 16 dicembre ma la sua leadership, ancorché mai nata, è destinata ad affievolirsi parecchio, così come il suo legame con il Cavaliere. Con lui perde il PdL di Berlusconi e a poco è servita la sua furbizia di ritirarsi proprio per non caricarsi la sicura duplice sconfitta, prevedibile e attesa, quella siciliana e quella alla futura premiership. L’UDC mantiene una buona affermazione alleandosi apertamente, però (è la prima volta), con il PD, nella strategia di un governo condiviso.  Il PD mostra, però, di ricambiare questo interesse nella paura, non soltanto di perdere le elezioni senza l’apporto del Centro, ma di non poter governare da solo il Paese con Vendola. L ‘elemento altamente significativo per le prospettive del Paese è rappresentato prevalentemente dalle tre cifre che si intrecciano, stringendosi in un punto estremamente delicato: l’ostilità degli italiani nei confronti della classe politica. Le riassumo: il 53% degli elettori non va a votare (domani sapremo quante schede nulle e bianche si aggiungeranno a questo dato); il 15% vota il Movimento Cinque Stelle, segnando nel contempo l’inizio di un probabile declino dell’Italia dei Valori. Che mostra di soffrire, più che il grillismo, le sue contraddizioni, recentemente evidenziatesi con l’incoerente condotta personale di Di Pietro rispetto all’uso delle risorse della politica e della democrazia interna del suo partito. Maggioritaria è dunque l’Italia che si oppone. Questo dato lancia nei cieli della democrazia la domanda se può risultare lecito e possibile che un Paese possa essere governato non solo da una minoranza, quanto addirittura da quella minoranza che gli italiani considerano la responsabile della crisi del sistema e della rovina della politica. L’accelerazione impressa in questi giorni alla crisi politica, non soltanto da Berlusconi ma anche dai silenti vertici degli altri partiti, dovrebbe condurci ad elezioni anticipate. Le quali altro obiettivo non potrebbero avere se non quello di bloccare questo processo contestatario e distruttivo, questo montante tsunami travolgente, imponendo il Porcellum quale legge elettorale che conviene a tutti. Perché lascerebbe intatto nelle mani di quei quattro – cinque personaggi il potere di decidere su tutto quel ben di dio che, dalle elezioni del nuovo Presidente del Consiglio a quello della Repubblica, è apparecchiato sulla tavola della vecchi politica. A questo punto mi fermo. Immaginare cosa potrebbe accadere in una simile prospettiva mi fa venire i brividi. Specialmente, se a sorpresa Beppe Grillo trovasse sulla sua strada tutte le forze contestatrici che volessero allearsi con lui contro tutti. Ma tanti contro, paradossalmente, potrebbero diventare maggioranza relativa, proprio attraverso quel porcellum che regala al primo partito il 55% dei seggi alla Camera. A meno che Monti e Napolitano … Ma è questa l’unica speranza di cambiamento?

Franco Cimino
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