Questione morale e crisi economica: costruiamo un nuovo regionalismo

Questione morale e crisi economica: costruiamo un nuovo regionalismo
La questioni morali emerse negli ultimi mesi, con più evidenza in alcune regioni – fino ad arrivare allo scioglimento dei Consigli regionali – e meno in altre, pongono in primo luogo, a tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali, la necessità di una riflessione profonda e sincera sulle sfide che ci attendono e sulle nuove esigenze che la realtà pone alle strutture regionali, poco più di quarant’anni dopo della più grande innovazione dell’organizzazione dello Stato democratico.
Previste sulla Carta costituzionale nel 1948, ma istituite nel 1970, le Regioni, oggi, sono messe a dura prova e debbono potersi confrontare con nuove esigenze e realtà organizzative, politiche e culturali, partendo dall’analisi di problemi e da proposte di soluzione, che non possono non far riferimento alle diversità organizzative e di ambiente esterno, inteso, questo, come fattore sociale locale.
Sull’esigenza di un ampio sforzo di chiarificazione, sull’attività e sul ruolo delle Regioni, è autorevolmente intervenuto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e stanno lavorando le stesse conferenze dei presidenti dei Consigli e delle Giunte che presenteranno le proposte maturate al Governo nazionale.
Si parte dell’idea, responsabile e positiva, che bisogna affrontare il problema e produrre ogni sforzo e ogni riflessione utile sul futuro delle Regioni, salvaguardando lo spirito della riforma del titolo V che ha inciso sull’assetto regionale, aumentando la capacità normativa degli enti locali.
C’è la necessità di un nuovo progetto, ma c’è, evidentemente, e non solo a livello regionale, un problema che riguarda una cultura della gestione, che deve saper rafforzare il sistema delle autonomie locali, ampliando lo scenario della democrazia reale soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno. Ci vogliono i progetti, ma devono essere individuati, con trasparenza, e puntando sui meriti e sulle capacità, quelli che dovranno essere gli attuatori dei progetti e dei programmi.
Questa svolta non può che venire dal coinvolgimento dei migliori soggetti che agiscono sul territorio, dai giovani, alle donne, alle imprese, ai sindacati, alle Università e individuando (in questo caso il riferimento è alla politica) per le elezioni, i candidati che hanno meriti e competenze particolari.
Solo un cambiamento di questo tipo, vero e forte, consentirà di cancellare l’immagine di logoramento di molte strutture politiche e amministrative, tenendo comunque conto che l’onda emotiva antipolitica porta a ingiuste e pericolose generalizzazioni e a ben poche soluzioni dei problemi.
Ogni riflessione e riesame critico, sul regionalismo, 40 anni dopo, deve partire dal presupposto che le Regioni hanno un ruolo insostituibile, che è destinato a costituire un fondamento essenziale per la crescita economica nei prossimi anni e ad affrontare la crescente indifferenza ai problemi antichi dello sviluppo del Mezzogiorno.
Da questo punto di vista esistono delle priorità, sulle quali, tutto il paese, nella sua articolazione istituzionale più ampia, deve puntare per rafforzare il sistema delle autonomie locali e garantire uno sviluppo paritario. I nuovi programmi per il Mezzogiorno, non possono non essere collegati alle questioni del nuovo assetto e dello sviluppo regionale e calati nella realtà difficile, a volte contraddittoria del nostro Sud, che però ha dato, in questi decenni, se non altro – partendo da posizioni penalizzanti – un contributo decisivo all’unità nazionale e respingendo tendenze disgregatrici e secessioniste che avrebbero portato tutto il paese fuori dall’Europa.
articolo ripreso da Calabriaonweb
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